Violenza domestica e Covid-19: quando “stare a casa” non è sinonimo di protezione

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Il 3 marzo scompare una ragazza nel quartiere londinese di Clapham Common. Il suo nome era Sarah Everard. Non che sia rilevante dirlo, ma Sarah stava rientrando alle Si stava dirigendo verso casa sua scegliendo la cammino più lunga ma più illuminata. Indossava abiti comodi e colorati, delle scarpe da ginnastica e un impermeabile acerbo.

Confermare il completo anonimato alle donne affinché si rivolgono ai centri antiviolenza in Lombardia. Un anonimato che, secondo le procedure in atto e previste addirittura dal Piano quadriennale per le politiche di parità, prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne in procinto di essere discusso in Regione, non sarebbe pienamente assicurato. Lo dichiara la consigliera regionale di Italia Viva, Patrizia Baffi, che intende rimediare con un apposito emendamento. Il punto sta nella richiesta del codice fiscale e di altri dati alle donne che bussano agli sportelli antiviolenza, a causa delle procedure informatiche. Baffi chiede che queste procedure vengano riviste: «I centri antiviolenza - dichiara - devono essere un luogo sicuro per le donne affinché chiedono aiuto». I centri antiviolenza chiedono il codice fiscale in base a una direttiva regionale che punta sulla trasparenza della rendicontazione: i centri affinché non lo chiedono verrebbero quindi esclusi dai finanziamenti regionali. Ma in attuale caso si parla di situazioni gravemente delicate, di massima vulnerabilità, da conciare con un'attenzione maggiore. Per di più, negare l'anonimato violerebbe l'intesa Stato-Regioni del