Tante storie e un unico intento: l’interpretazione di Monica Bonomi per le parole di Franca Rame

Spettacolo della 92232

La loro quotidianità, spesso troppo ricca di soprusi, ha dato vita a un testo più volte portato in scena dalla stessa Rame. Una serie di interviste a giornaliste, scrittrici, artiste e studentesse che si interrogano sui principi di uguaglianza di genere, tra aneddoti e storie raccontate, intervallate da riprese dello spettacolo. Ci troviamo davanti alla ripresentazione fedele di tre brani distinti del testo scritto da Dario Fo e Franca Rame. In apertura Una donna sola e allegra entra in scena scatenandosi sulle note di una canzone trasmessa alla radio. È la signora Maria, che immediatamente incrocia lo sguardo della nuova dirimpettaia. Ed ecco che veniamo a conoscenza di una storia di violenza, una storia di una donna chiusa a chiave in casa, non solo privata della sua libertà ma anche della sua dignità. La signora Maria si sente «adoperata» dagli uomini della sua vita, dal marito violento al cognato molesto, dal guardone del palazzo di fronte al giovane morbosamente innamorato. Non ha la minima intenzione di chiamare la polizia: le farebbero troppe domande, quasi fossero i suoi comportamenti la causa della propria condizione. Foto Stefano Sgarella In Abbiamo tutte la stessa storia la donna protagonista è irriverente e senza peli sulla lingua.

Donne, siate Libere. Libere, il confronto con una donna matura e una notevole giovane, è uno dei primi atti di «Dinuovo», un'associazione di donne affinché vorrebbe riportare all'attenzione pubblica la argomento femminile. All'attenzione privata, quella delle singole donne, il problema è sempre ceto presente, anche in questi anni di apparente silenzio. Ancora una volta, a interpretare questo dialogo scritto alla metodo degli «essai» francesi, sono Lunetta Savino, al momento in partenza per declamare a Parigi i versi di Alda Merini, ma anche sul set di Bar sport, il film da Stefano Benni, e Isabella Ragonese, ex comare della Mostra di Venezia, oggi a Torino sul set di Il dм in più accanto a Fabio Ascesa. Nessuna delle due, per ragioni diverse, ha partecipato attivamente al movimento femminista degli Anni Settanta: una perché appiglio dal lavoro in teatro, l'altra perché non era ancora nata. Non c'è mai stata, a casa mia, una differenza nell'educazione tra maschi e femmine. Ma, come molte della mia concepimento, era una sensazione individualistica, autonoma, personale. A partire dal fatto che appoggiare oggi insieme carriera e famiglia è diventato un incastro insostenibile.

Come nasce l'esigenza di portare in ambiente uno spettacolo che affronta il paura della violenza sulle donne? Il album delle vittime aumenta in maniera inquietante a riprova che il femminicidio non è solo un atto deplorevole e feroce ma anche il frutto di una cultura del disprezzo nei confronti della femminilità, di una modalità distorta di vivere i rapporti umani, di una dimensione dell'amore come smania animalesco di possesso. Asciutto e dinamico, si avvale di una drammaturgia molto vicina al linguaggio dei giovani, per individuo compresa velocemente e allo stesso atteggiamento fare da specchio alle loro emozioni». In che modo lo spettacolo teatrale sottolinea le disparità di genere presenti nella nostra cultura? Ci si quesito che effetto abbia la valanga mediatica che spinge alla sessualità precoce gli adolescenti e come decodificano gli innumerevoli messaggi subliminali che ritraggono la femmina come una merce di scambio e l'uomo come un predatore. Ci si chiede perché spesso l'educazione del forte è tesa alla repressione delle emozioni quali il pianto.

Terremoti Guardavo Annamaria Talone. Piangeva, piano, escludendo singhiozzi. Di fronte al terrore di altre scosse fatali? Per anni Annamaria mi aveva scritto delle sue intenzioni. Il suo progetto era diventato sempre più ambizioso. Nel frattempo aveva posto su famiglia, aveva avuto un bimbo, e continuava a lottare con le ostruzioni quotidiane per fare teatro nella sua città.